Perché QUEER?

Una domanda che spesso viene rivolta alla nostra comunità, così come al Collettivo nello specifico, è perché abbiamo scelto la parola ‘queer’ come etichetta generica del caleidoscopio che ci forma. Perché non ‘gay’ come il termine più conosciuto in Italia (gay pride, diritti gay, coppie gay, etc)? Perché non ‘lesbiche e gay’, come i primi movimenti effettivi di rivendicazione? Perché non QuILTBAG (‘borsa a pezze’) come hanno provato alcuni movimenti anglofoni per tentare di rendere più facilmente pronunciabile l’acronimo?

LGBTQIA*, un acronimo che in teoria dovrebbe includere tutte le ‘etichette’ di autodeterminazione della comunità in cui ci riconosciamo, in realtà non le include proprio tutte. Le identità non-binarie di genere, la pansessualità, la poliamoria, la comunità BDSM, non sono ‘ufficialmente’ riconosciute nella sigla.

Queer, quindi, è tutto ciò che non è normato, compresi ovviamente non solo gli svariati orientamenti sessuali e romantici, ma anche le identità di genere al di fuori del binarismo, su di uno spettro fluido come riconosciuto sia da sociologia e psicologia, che comunità scientifica.

Questo ovviamente non vuol dire che chi si voglia riconoscere in una delle etichette dell’acronimo non possa farlo, anzi! Abbiamo lesbiche, gay, froci, lelle, bisessual*, trans*, asessual*, questioning, fluid già parte del collettivo. Così come abbiamo persone che non si identificano con nessuno di questi termini, preferendo invece queer.

Perché RIOT?

Allo stesso modo, tant* ci hanno chiesto perché usare una parola con un significato e delle connotazioni così violente come ‘riot’. 50 anni fa, i moti di Stonewall iniziarono un lungo percorso di rivendicazioni – ma i ‘moti’ di Stonewall erano riots. Sommosse. Scontri aperti, anche violenti, contro una società che ci considerava malat*, deviat*, pericolos*.

Quello che fecero Marsha P Johnson (donna nera e trans*), Sylvia Rivera (donna Puertoricana/Venezuelana, sex-worker, trans*), e le loro associazioni per la tutela e la difesa de* giovan* trans* negli Stati Uniti, fu scuotere le fondamenta di un sistema che si stava assopendo, accettando contentini e dimenticandosi delle persone più deboli che si riconoscevano – in teoria – nelle identità che andavano rivendicando.

50 anni dopo, non possiamo più permetterci di essere ambigui e tolleranti, è giunto nuovamente il tempo di lotta. Una lotta, forse, non fisica ma basata su principi e idee sulle quali non indietreggeremo di un millimetro.

Perché QUEER RIOT.

Perché riconosciamo l’intersezionalità della nostra società, che va oltre i confini delle singole persone e delle singole comunità a cui apparteniamo: femminismo, parità di genere, diritti civili basati su orientamento, omogenitorialità, identità trans*, prostituzione e sex work. Siamo tutt* parte della stessa lotta, per diritti magari diversi nello specifico, ma comunque a beneficio di ogni comunità che va a formare la società di cui facciamo parte.